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03 Mar

Il ruolo delle donne nel lavoro e nella società

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 E’ di qualche settimana fa la notizia che l’ Economist, uno dei piu’ autorevoli magazine economici e politici, ha nominato come capo esecutivo una donna 47enne, Zanny Beddoes.

Non sarebbe una novita’ se i vertici delle grandi aziende o delle istituzioni fossero normalmente aperti alla concorrenza di genere. Invece e’ una notizia che fa scalpore perche’ in ben 172 anni di storia dell’Economist non era mai successo. Cosi’ come non era mai successo che due donne, Christine La Garde  e Janet Yellen, guidassero le istituzioni al vertice dell’economia e della finanza globale, il Fondo Monetario Internazionale e la FED, la Banca Centrale degli Stati Uniti.

Nel Bel Paese la situazione non e’ di certo al passo con i tempi ed il cosiddetto tetto di cristallo e’ onnipresente nelle aziende ed istituzioni nostrane. Secondo i dati della Federazione Manageritalia, nel 2012 solo il 16% dei dirigenti delle imprese italiane e’ una donna, con punte del 17% al Centro e del 12% al Mezzogiorno.  Il Ministero degli Interni invece conferma che solo il 12% dei sindaci dei comuni italiani sono donne e che la meta’ di questi risiede nei comuni del Nord Ovest e circa il 20% nel Mezzogiorno.

Piu’ in generale, i dati del mercato del lavoro rosa italiano restano, nel loro complesso, impietosi, anche  guardando unicamente al Nord del Paese, dove si concentrano piu’ della meta’ degli occupati italiani.  In Italia, secondo i dati Istat, praticamente 1 donna su 2 non e’ attiva nel mondo del lavoro e circa 16% di queste donne, non attive ma in eta’ lavorativa (fra i 15 e 74 anni), non e’ in cerca di lavoro o non sarebbe disposto a lavorare subito. E’ la quota piu’ alta di tutti i paesi Europei e 10 volte piu’ grande di quella della Germania.

Tuttavia, i dati piu’ incoraggianti indicano che dall’inizio del 1993 alla fine del 2014 in Italia si contano, nonostante la crisi, circa 1 milione di occupati in piu’ ;  ed e’ proprio l’aumento dell’occupazione femminile ad aver guidato questo trend positivo con circa 1,8 milioni di lavoratrici in piu’, a fronte invece di una riduzione di circa 800 mila lavoratori maschi, dovuta principalmente alla crisi che si protrae ormai da 8 anni.

Il Mezzogiorno, invece, non segue il trend nazionale, e nel suo complesso  oggi vi sono circa 800 mila occupati in meno rispetto al 1993. Inoltre,  e’ bene sottolineare che questo aumento del tasso di occupazione  femminile nazionale,  dal 38% del 1993 a circa il 47% di oggi, nasconde la riduzione dell’occupazione per le giovani donne dai 15 ai 35 anni (dal 42 al 35%). 

Nel Mezzogiorno, inoltre, solamente meno di una donna su tre in eta’ lavorativa ha un’occupazione. Certamente l’area di lavoro sommerso e’ piu’ grande nel Mezzogiorno, ma il tasso di occupazione al Nord  e’ quasi il doppio; e questa percentuale e’ appena sufficiente a raggiungere la media Europea, pari a circa il 60%. Nel Mezzogiorno neppure la laurea e’ sufficiente a colmare il divario territoriale. Solo il 60% circa delle laureate meridionali ha un’occupazione, mentre al Settentrione la quota e’ molto piu’ alta e supera l’80%. Ovunque pero’ il lavoro delle colleghe donne e’ meno stabile, meno in linea con il titolo di studio e meno remunerato dei colleghi maschi.  Eppure il 26% delle donne tra i 30 ed i 34 anni ha un titolo di laurea a fronte del 17% dei colleghi maschi.  

Non tutte le disparita’ sono ovviamente frutto di discriminazioni, ma anche in parte delle scelte individuali, educative ed occupazionali, a sua volta frutto delle norme sociali e delle condizioni del mercato del lavoro. Tuttavia, minori opportunita’ di occupazione, condizioni contrattuali piu’ precarie e salari piu’ bassi aumentano la probabilita’ di poverta’ e di esclusione sociale e possono avere ripercussioni enormi sulle opportunita’ di crescita per il paese ma anche di investimento e di accumulazione della ricchezza individuale, anche per gli anni di pensionamento.  Secondo l’INPS, infatti, la pensione delle donne italiane e’ inferiore a quella dei colleghi maschi di circa 500 Euro al mese e piu’ del 50% delle donne hanno una pensione inferiore ai 1000€, rispetto al 30% dei pensionati maschi.  Non e’ infine un caso che vi sia un’ unica donna  fra le dieci  persone piu’ ricche in Italia secondo Forbes.

Il rilancio del paese ed il livellamento del divario territoriale italiano passano soprattutto attraverso il ruolo delle donne nella societa’ e nell’economia. Negli Stati Uniti gli studi economici suggeriscono che l’apertura delle professioni alle donne ed alle minoranze ha contribuito a circa il 15-20% della crescita del prodotto aggregato per lavoratore fra il 1960 ed il 2008. L’Italia, in questo senso ha un’enorme opportunita’ per il proprio futuro.

* articolo originariamente pubblicato nel Corriere della Sera (inserto Corriere Economia - Mezzogiorno Economia) del martedì 2 Marzo 2015.


  

 

 

 
 
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