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25 Nov

Il TFR in busta paga aumenta i consumi?

Scritto da
(Di Tullio Jappelli e Salvatore Morelli*)

In questi giorni si discute molto dell’opportunità che i dipendenti del settore privato possano decidere di ricevere in busta paga gli accantonamenti delle imprese per il cosiddetto Trattamento di Fine Rapporto (TFR), ovvero le somme che ogni anno vengono accantonate dalle imprese per poter pagare, alla fine del trattamento lavorativo, la cosiddetta buona uscita o liquidazione al lavoratore.

La discussione sulla riforma ha riguardato fino ad ora ed in gran parte la convenienza del dipendente a liquidare parte del TFR, gli eventuali oneri a carico delle imprese, gli effetti di scoraggiamento sulla previdenza integrativa, il trattamento fiscale del TFR liquidato, gli oneri amministrativi e burocratici per lavoratori e imprese. Pochi tuttavia hanno fornito indicazioni sull’effetto della riforma sui consumi anche se la riforma viene proposta proprio per stimolare i consumi, la domanda aggregata e l’occupazione.

Questo articolo fornisce indicazioni su quale potrà essere l’impatto della riforma sui consumi aggregati e sul prodotto interno lordo (PIL).

Quali sono i lavoratori toccati dalla riforma?
Secondo il disegno di legge di Stabilità del Governo, solo i dipendenti del settore privato con un contratto a tempo indeterminato possono decidere di ricevere in busta paga gli accantonamenti delle imprese per il TFR. Il possibile effetto sui consumi esclude dunque tutti i dipendenti del settore pubblico, dell’agricoltura e i lavoratori con contratti di lavoro precario. 

Trascuriamo per un momento gli aspetti fiscali e amministrativi della riforma, che pure rivestono grande importanza. Trascuriamo anche l’opportunità per il dipendente di liquidare parte del TFR per l’acquisto della casa o spese mediche, già previsto dalla legislazione, seppure con alcune limitazioni. Trascuriamo infine il caso del licenziamento, e cioè la circostanza in cui il dipendente riceve il TFR al termine del rapporto di lavoro, non all’età del pensionamento. 

Perché ricevere il TFR in busta paga dovrebbe aumentare i consumi?
Per valutare l’effetto sui consumi della riforma del TFR, occorre in primo luogo ricordare che “il TFR in busta paga” non rappresenta per un dipendente nuovo reddito, ma una semplice redistribuzione del reddito nel corso della sua vita lavorativa. Infatti, il TFR altro non è che reddito futuro del lavoratore accantonato nelle imprese. 

Questa distinzione non è irrilevante dato che gli studi economici sul consumo suggeriscono che per molte famiglie ciò che conta è proprio il reddito vitale, non il modo in cui il reddito affluisce in un particolare mese o anno. Questo accade perché le famiglie cercano di mantenere un livello di consumo stabile nel corso del tempo, e utilizzano il risparmio e il debito per attutire le variazioni del reddito da un mese all'altro, da un anno all'altro o nel corso della vita.

Dunque, in prima approssimazione, e tralasciando gli aspetti fiscali e amministrativi (che potrebbero effettivamente modificare il reddito degli individui), dare la possibilità a questi lavoratori di ricevere il TFR in busta paga non dovrebbe avere alcun effetto sui consumi.  

Potrebbe avere però un effetto sulla composizione della ricchezza netta perché alcuni potrebbero, ad esempio, decidere di non investire nella previdenza integrativa ma in altre forme di risparmio. Similmente ci potrebbe essere un effetto anche sull’indebitamento delle famiglie, perché alcuni potrebbero utilizzare il TFR per ridurre i debiti, piuttosto che aumentare i risparmi; ma, appunto, in entrambi i casi non si tratta di aumento di consumo.  

Ma non tutti possono prendere a prestito
Tuttavia, non tutte le famiglie possono attutire le variazioni del reddito, indebitandosi per mantenere un profilo dei consumi stabile nel corso della loro vita. In altre parole, queste famiglie sono soggette a vincolo di liquidità e potrebbero, quindi, utilizzare da subito l’anticipo del TFR per sostenere i loro consumi; questo è esattamente il motivo per il quale ci si aspetta un impatto della riforma del TFR sui consumi. Alcune famiglie, infatti, potrebbero voler consumare da subito una parte del proprio reddito futuro, per esempio il TFR accumulato e vincolato in un fondo aziendale o previdenziale.

Sono le cosiddette famiglie razionate nel mercato del credito: avranno un reddito più elevato in futuro (al momento della liquidazione), vorrebbero poter spendere di più oggi, ma non possono farlo perché non trovano credito, o lo trovano a tassi troppo elevati. Queste famiglie, in prima approssimazione, non risparmiano e spendono tutto il proprio reddito disponibile. Se quindi il loro reddito di oggi dovesse aumentare di 100 euro e il loro reddito di domani diminuire di 100 euro, il loro consumo di oggi aumenterebbe esattamente di 100 euro. Per queste famiglie quindi la cosiddetta propensione al consumo è esattamente uguale a uno (100 euro in più reddito in busta paga oggi vengono interamente spesi oggi).

Ma quante sono queste famiglie?
Calcolare il numero di famiglie che spenderebbero in consumi il “TFR in busta paga”, è possibile con l’aiuto di indagini sul comportamento dei consumatori, come l’indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie. Un primo modo per calcolare il numero delle famiglie razionate è chiedere se in un certo anno una domanda di finanziamento non è stata accolta. A questi vanno aggiunti coloro che non hanno chiesto un prestito semplicemente perche ritenevano che il credito non sarebbe stato concesso (i cosiddetti “debitori scoraggiati”). Si tratta di una percentuale di famiglie compresa tra 5,5 e 6,9, a secondo che si considerino dati relativi al 2010 o al 2012 per i soli dipendenti del settore privato. 

Un secondo modo è chiedere agli intervistati cosa farebbero se avessero un reddito aggiuntivo. Nel 2010 l’Indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie pone agli intervistati la seguente domanda: “Supponga di ricevere improvvisamente un rimborso pari a quanto la sua famiglia guadagna in un mese. Di questa somma quanta parte ne risparmierebbe e quanta ne spenderebbe?” (la domanda per il 2012 è simile, ma non identica). Complessivamente tra circa il 9 e il 15% dei dipendenti privati intervistati dichiara che spenderebbe il 100% del reddito aggiuntivo in consumi.  

In sintesi, l’evidenza di cui si dispone in Italia suggerisce che la quota di reddito delle famiglie razionate è compreso tra il 6 e il 15% del reddito complessivo delle famiglie.

Quale potrebbe essere l’effetto sui consumi?
Supponendo che il flusso annuale del TFR sia di circa 26 miliardi di euro all’anno come recentemente riportato nei dati Governativi e discusso pubblicamente sugli organi di informazione, l’impatto totale sui consumi dovrebbe essere compreso fra i 1,4 e 3,2 miliardi di Euro. Questo calcolo suppone che solo una percentuale di individui compresi fra il 6 ed il 15% dei dipendenti deciderà di ricevere il TFR in busta paga consumandolo interamente e assume anche che il TFR in busta paga sarà sottoposto a tassazione ordinaria (cioè solo 21 miliardi verrebbero effettivamente distribuiti se assumiamo un’aliquota fiscale media del 20% ).

L’effetto sui consumi equivarrebbe ad un valore compreso tra lo 0,1 e lo 0,3% del totale del consumo aggregato (corrispondente circa a mille miliardi di Euro). In termini di punti di Prodotto Interno Lordo (PIL) la riforma potrebbe dunque avere un impatto aggregato di 0,2 punti di PIL. Ciò equivale all’aggiustamento strutturale di bilancio aggiuntivo richiesto dalla Commissione Europea all’Italia in fase di approvazione iniziale del disegno di legge di Stabilità. Nello scenario meno favorevole però l’impatto della riforma del TFR sul PIL si fermerebbe a circa lo 0,1% del PIL.

E’ importante ribadire che l’effetto stimato della riforma del TFR è unicamente sul livello del PIL nel 2015, quindi l’effetto sulla crescita del PIL si manifesterebbe solo il primo anno di applicazione della riforma, e non negli anni successivi (la legge di stabilità prevede che la scelta sia per tre anni, dal 2015 al 2017). 

I consumi aumenterebbero di più nel Mezzogiorno o nel resto del Paese?
I dati dell’Indagine della Banca d’Italia indicano anche che è probabile che il maggior incremento dei consumi si verificherà nelle regioni meridionali, dove la percentuale di famiglie potenzialmente interessate alla liquidazione del TFR è sensibilmente maggiore di quella delle regioni centro-settentrionali. Infatti, nel Mezzogiorno la percentuale dei dipendenti privati disposti a consumare la totalità del reddito “aggiuntivo” in busta paga è circa il 25%, rispetto a circa il 12% della stessa tipologia di lavoratori nel centro e nel nord del paese. 

Tuttavia, i lavoratori dipendenti nel settore privato del Mezzogiorno sono una componente relativamente minore del totale della forza lavoro, rispetto al Centro ed al Nord del paese. In altre parole, per poter calcolare il contributo delle diverse aree del paese all’effetto complessivo del consumo si deve anche tener conto del fatto che i lavoratori dipendenti del settore privato non sono distribuiti omogeneamente fra le aree del paese, ed in particolare che nel Mezzogiorno ce ne sono di meno.

Più precisamente, mentre al Nord ed al Centro il 26% della popolazione cade nella categoria lavoratore dipendente del settore privato, questo numero scende al 17% se ci concentriamo unicamente sul Mezzogiorno. Pertanto, sul totale dei potenziali 21 miliardi di TFR anticipato, solo circa 5,5 andrebbero ai lavoratori residenti nel Mezzogiorno (assumendo dunque che l’anticipo del TFR sia uguale per tutti e applicando lo stessa imposizione fiscale media del 20% sull’anticipazione del TFR). 

Cionostante, da questi calcoli risulta che il Mezzogiorno potrebbe concorrere per circa il 30-42% dell’effetto totale della riforma sui consumi e sul PIL. Questa cifra potrebbe anche salire a 33-46% se si tenesse in conto di una diversa tassazione media dell’anticipazione del TFR fra Mezzogiorno e resto d’Italia; infatti il salario medio dei lavoratori dipendenti nel settore privato è di circa 18800 Euro a fronte dei salri medi per il resto d’Italia pari a 26700 Euro.  Ad esempio, supponendo che la tassazione media del reddito sia pari al 15% nel Mezzogiorno e al 23% nel resto del paese.

E nel lungo periodo?
Nel lungo periodo altre circostanze potrebbero attenuare o ribaltare tale effetto. Tra queste le più rilevanti sono due, Attualmente le imprese e i fondi pensione finanziano con il TFR una parte del proprio attivo: ad esempio, le imprese possono usarlo per attuare progetti di investimento e i fondi pensione per investire in altre attività finanziarie. A livello aggregato, cioè dell’intera economia, queste risorse sono un’aggiunta netta alla formazione di capitale. Dopo la riforma, una parte del flusso annuale del TFR sarà utilizzato invece per finanziare direttamente i consumi. Nel lungo periodo la quota di fondo che sarà liquidata per consumi e la conseguente diminuzione del risparmio privato potrebbe quindi ridurre gli investimenti e l’accumulazione di capitale, a meno che essa non sia compensata da investimenti esteri aggiuntivi. Allo stesso tempo, l’aumento del consumo ridurrà il risparmio privato dei lavoratori, ed in particolare la quota di risparmio a scopi previdenziali, con la conseguenza che gli anziani di domani avranno meno risorse per finanziare i propri consumi.

Conclusioni
In sintesi, le conseguenze più importanti della riforma saranno che circa il 10% dei dipendenti del settore privato, circa un milione e mezzo di individui, potrebbe decidere di incrementare il proprio consumo.  Ciò avrebbe un effetto sul PIL valutabile in 0,1-0,3 punti percentuali. All’aumento dei consumi contribuiranno in particolar modo famiglie a basso reddito, giovani e residenti delle regioni meridionali. Queste ultime contribuirebbero a circa il 40% dell’aumento dei consumi dovuti alla riforma.  

*Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche (DISES) e Centro Studi di Economia e Finanza (CSEF), Università di Napoli Federico II





 
 
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