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24 Ott

Confiscati Bene: Open data contro le mafie

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Cosa possono fare i dati aperti nella lotta alla criminalità organizzata? Ce lo spiega il progetto “Confiscati Bene”, frutto di un intenso hackathon tenuto dalla comunità Spaghetti open data durante il raduno bolognese dello scorso marzo.


Un progetto partecipativo, a costo zero e totalmente creato dal basso, realizzato dallo scraping dei dati pubblicati dall’Agenzia nazionale che dal 2010 si occupa dell’amministrazione e della destinazione dei beni sequestrati e confiscati alle mafie (ANBSC). Il team di Confiscati Bene ha raccolto in un catalogo dati accessibile e riusabile la preziosa mole di informazioni, sparse in diverse centinaia di pagine sul sito dell’Agenzia e in altri dataset ufficiali, relative a beni un tempo proprietà dei boss e ora nelle mani dello Stato. Sulla piattaforma online del progetto, nata in un secondo momento grazie al contributo del gruppo di Dataninja, si può consultare e scaricare il catalogo aggiornato dei dati grezzi in formato aperto e riutilizzabile, ma non solo: i dati possono essere navigati e visualizzati in dettaglio su una mappa open-source interattiva. Dalla homepage si accede ad un’area dedicata al monitoraggio civico sullo stato e il riuso dei beni confiscati tramite piattaforma Monithon.it. Inoltre, ogni cittadino interessato può inviare segnalazioni, proposte e suggerimenti tramite la sezione Partecipa.


Confiscati Bene è un “regalo” dalla comunità hacker italiana all’ANBSC, un’idea di come potrebbe essere (finalmente) il suo sito ufficiale.

 

Perché Confiscati Bene?


La legislazione italiana in materia di sequestro e confisca dei beni presenta gravi inadeguatezze a livello burocratico e amministrativo, che incidono negativamente anche sulla corretta gestione delle informazioni inerenti il patrimonio confiscato: nel più totale caos informativo, si producono dati incompleti, sovrabbondanti, spesso contrastanti. Già la legge n.109/1996 prevedeva un’attività permanente di monitoraggio sui beni, ma con gli anni si è verificata una grave dispersione di dati preziosi. Parte di essi confluisce nel SIPPI, un database del Ministero della Giustizia nato nel 2008, con informazioni più aggiornate e complete rispetto a quelle dell’ANBSC, ma ad uso esclusivamente interno e - quindi - non pubblico. L’ANBSC raccoglie e pubblica dati sui beni confiscati non in formato open, sparsi in centinaia di pagine web, non completi e non riutilizzabili, il cui ultimo aggiornamento risale al 7 gennaio 2013. Gli enti territoriali sono tenuti per legge (d. lgs. n. 159/2011, cosiddetto “Codice antimafia”) a pubblicare sul proprio sito web un elenco puntuale e aggiornato dei beni confiscati, ma sussistono ritardi nell’attuazione di questa norma e, laddove finora pubblicati, i dati non sempre sono in formato aperto e riutilizzabile. Inoltre, ci sono numerose realtà associative (come Libera) che hanno raccolto indipendentemente molte informazioni sui beni in gestione presenti sul proprio territorio, ma soltanto l’Agenzia possiede dati relativi a tutto il Paese.
Sulle modalità con cui l’Agenzia abbia poi speso parte dei fondi stanziati nell’ambito del PON sicurezza, per un ammontare totale di circa 7 milioni di euro, destinati alla realizzazione di una piattaforma informatica integrata che sarebbe dovuta entrare in funzione nel 2012 e che non risulta ancora operativa, vige il più totale mistero.
I civic hackers si sono ingegnati, senza chiedere il permesso, per fare ordine nei dati, studiare una soluzione al problema della confusione informativa sui beni confiscati e condividerla con amministratori e società civile. Un’occasione per dare maggiore visibilità, un numero e una storia a quel patrimonio simbolo della battaglia dello Stato per il riscatto dei territori soggetti al giogo delle cosche.


Un tesoro disperso di beni confiscati

Ad oggi non si sa con esattezza né quanti siano, né quanto valgano, né con precisione come vengano utilizzati: secondo l’ANBSC, i beni confiscati sono in totale 13.971 (immobili e aziende - dati aggiornati al 7 gennaio 2013), secondo invece la più recente relazione Garofoli (presentata al Parlamento a gennaio 2014) sarebbero 12.946. Per quanto riguarda il loro enorme valore economico, anche qui le cifre sono diverse: dai 10 miliardi di Caruso (ex direttore dell’ANBSC) dichiarati all’ANSA, diventati poi 30 miliardi (tra beni mobili, immobili e aziende) in un’audizione dello stesso Caruso alla Commissione parlamentare antimafia, agli 80 miliardi valutati da una recente stima dell’Italia dei Valori. In ogni caso, il valore è in continua crescita ed equivale a più finanziarie.
Difficile capire come possa lo Stato monitorare, valorizzare e restituire alla collettività il tesoretto sottratto alla criminalità organizzata se non riesce nemmeno a farsi un’idea del suo valore, non avendo mai adottato un criterio unico per stimarlo.

Da nord a sud: dove investono le mafie

Grazie allo scraping e all’elaborazione dei dati dell’ANBSC effettuata dal team Confiscati Bene è possibile esaminare la distribuzione territoriale delle confische: il quadro che ne emerge è preoccupante. I procedimenti di confisca restano concentrati maggiormente nelle regioni meridionali (l’80% è localizzato tra Sicilia, Campania, Calabria e Puglia), storicamente interessate dalla presenza delle organizzazioni criminali, ma i numeri significativi delle confische al Lazio e a nord fanno riflettere su quella che ormai, più che un’infiltrazione, è un vero e proprio radicamento delle mafie nelle regioni più ricche del Paese.

 

(grafico 1)
In rosso le regioni del centro e del nord con numero di confische superiori a 100.

Disaggregando a livello provinciale i dati prodotti dal Ministero della Giustizia, comprensivi di beni mobili, immobili e aziende, si nota come la posizione di Torino, seconda per confische solo a Palermo, confermi il quadro sopra menzionato (anche se, nella quasi totalità dei casi, le confische nella provincia piemontese riguardano veicoli). L’analisi dei suddetti dati, estratti e analizzati dai civic hackers di Confiscati Bene, contraddice l’immagine di un Nord tradizionalmente “immune” dalla presenza delle reti criminali mafiose, così come emerge dall’ultima relazione della Dia al Parlamento.

(grafico 2)
In rosso sono evidenziate le città del nord

Perché è importante l’uso degli open data sui beni confiscati?

La disponibilità di dati accessibili e riutilizzabili sui beni confiscati incrementa le opportunità di costruire «progetti di impresa sostenibile e di creazione di valore sociale» nelle terre prima occupate dai boss: aziende sane, associazioni e giovani creativi possono essere interessati all’assegnazione di un bene, magari ubicato proprio nelle vicinanze del territori in cui vivono. Se questi dati non sono consultabili, accessibili e completi, la richiesta dei beni sottratti alle mafie è resa poco appetibile, risultato: un bene confiscato ma non ancora riassegnato imprigiona un’ “energia potenziale”, un’opportunità di sviluppo sociale ed economico di cui i territori non possono usufruire perché non può essere liberata.
Ma non solo: la possibilità di disporre di informazioni dirette e aggiornate sui beni confiscati consente una loro migliore gestione da parte degli amministratori pubblici e incentiva forme di controllo sociale. Se i dati relativi alle confische sono pubblicati in formato aperto, per cittadini e decisori risulta più semplice identificare il numero esatto dei beni, quantificare il loro valore, nonché monitorare i (lunghi) tempi che intercorrono tra confisca e destinazione. Negli ultimi anni successivi all’istituzione dell’Agenzia, a fronte di un’imponente crescita delle confische (quasi triplicate dal 2011 al 2012), le confische con destinazione hanno subito un forte, preoccupante calo. Questa enorme ricchezza resta, infatti, inutilizzata a causa di cavilli burocratici, ritardi accumulati lungo il tortuoso iter sequestro - confisca - destinazione, inadeguatezza della stessa Agenzia che non destina beni dal gennaio 2014 perché bloccata dalla mancata nomina del consiglio direttivo. Il risultato è che non tutti i beni vengono riqualificati e restituiti alla collettività: il 90% delle imprese confiscate, nate e prosperate grazie alle modalità mafiose, fallisce nel tentativo di reinserirsi nell’economia legale, mentre gli immobili spesso cadono in disuso durante i lunghi passaggi tra sequestro e confisca e tra confisca e riassegnazione, vengono occupati abusivamente o risultano gravati da ipoteche. Nel peggiore dei casi, ritornano nelle mani dei boss. (Per un approfondimento sul tema rimando ad una presentazione di Quattrogatti.info su problemi e riforme della normativa sui beni confiscati).

Con il loro lavoro i civic hackers di Confiscati Bene suggeriscono alle istituzioni di aprire e liberare i dati sui beni confiscati. È un primo passo nella giusta direzione verso un sistema virtuoso di aggressione dei beni mafiosi che possa non solo confiscare, ma anche confiscare bene: esattamente come avrebbe voluto Pio La Torre.

Di Cinzia Roma

 

 
 
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