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16 Mag

Il bivio dell’Europa

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I politologi chiamano “giunture critiche” quei passaggi storici che lasciano un’eredità, di solito in forma di istituzioni, per gli anni a venire. Le giunture critiche spesso coincidono con situazioni di crisi, in cui le strutture politiche e istituzionali esistenti sono messe in discussione aprendo così una “finestra di fluidità” che si chiude solo quando eventi, decisioni e conflitti politici cristallizzano un nuovo ordine.

L’Unione Europea è nel mezzo di una di queste giunture. La crisi dell’Eurozona ha aperto una fase di incertezza in cui le istituzioni europee sono spinte in diverse direzioni da forze sociali e politiche che competono per la ridefinizione della natura e il funzionamento dell’Unione. Un capitolo importante in questo processo di ridefinizione arriverà tra un paio di mesi, quando ci sarà da nominare il nuovo presidente della Commissione europea, l’organo esecutivo dell’UE.

Il trattato di Lisbona, che regola la materia, dà al Parlamento europeo (PE) il potere di eleggere il successore di José Barroso dietro proposta del Consiglio Europeo—il consesso dei capi di governo degli stati membri. La proposta del Consiglio, a sua volta, dovrà tener conto del risultato delle elezioni Europee che si terranno nei vari paesi tra il 22 e il 25 maggio.

Queste regole si prestano a diverse interpretazioni. Il PE sostiene che il nome del nuovo Presidente di commissione debba uscire direttamente dalle urne, in modo da rafforzare la democrazia dell’Unione e, così facendo, reagire alla sfida delle forze politiche euroscettiche. A tal fine, i maggiori partiti europei hanno nominato dei candidati presidente a guida delle loro campagne elettorali. I due favoriti sono il tedesco Martin Schulz per il Partito Socialista Europeo (PSE) e l’ex primo ministro lussemburghese Jean-Claude Juncker per il Partito Popolare Europeo (PPE). Gli altri candidati in lizza sono il belga Guy Verhofstadt per i liberali, il greco Alexis Tsipras per la sinistra radicale e infine il duo franco-tedesco José Bové e Ska Keller per i verdi.

Gli stati membri, dal canto loro, spingono in gran parte per un’interpretazione minimalista e più conservatrice del trattato che manterrebbe il primato del Consiglio nella scelta del nuovo presidente. In caso di vittoria netta di uno dei partiti, una posizione del genere sarebbe insostenibile, visto che rifiutarsi di proporre il candidato vincente equivarrebbe a uno schiaffo all’elettorato europeo da parte del Consiglio—di certo una mossa poco scaltra di questi tempi. Questa vittoria netta, però, con ogni probabilità non ci sarà.

Grande coalizione: all'italiana o alla tedesca?
Stando agli ultimi sondaggi, da queste elezioni europee uscirà un parlamento molto frammentato, in cui sia socialisti che popolari avranno poco più di un quarto dei seggi complessivi. Unito al prevedibile exploit dei partiti euroscettici, questo significa che il nuovo presidente della Commissione sarà con ogni probabilità eletto e sostenuto da una grande coalizione con PSE e PPE come soli o principali alleati.

Di fronte a una situazione del genere, il Consiglio potrebbe essere tentato di proporre una persona esterna alla competizione elettorale, che il PE potrebbe a sua volta accettare come utile compromesso per una situazione in cui “nessuno ha vinto”. Questa soluzione “all’italiana”—una grande coalizione in cui a prendere le redini dell’esecutivo è una personalità terza rispetto ai due maggiori leaders di partito, come nel caso recente del governo Letta—è spesso indicata come l’esito più probabile delle elezioni. Tanto che si fanno già alcuni nomi di possibili candidati “di riserva”, come la direttrice del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde e la prima ministra danese Helle Thorning-Schmidt.

A prescindere da chi dovesse alla fine andare a guidare la Commissione, uno scenario all’italiana segnerebbe una vittoria netta del Consiglio sul PE e del modello intergovernativo su quello sovranazionale. Attraverso il potere di proposta, gli stati membri sarebbero nelle condizioni di dominare il processo di nomina presidenziale, e di conseguenza esercitare anche una dose notevole di controllo sul nuovo capo della Commissione. Non solo, ma spezzare sul nascere il legame tra elezioni e nomina presidenziale sarebbe un colpo enorme inferto al principio della democrazia elettorale applicato all’Unione Europea—un colpo che certamente non aiuterebbe la causa europeista contro l’ondata euroscettica.

Quello italiano, però, non è il solo modello possibile di grande coalizione. Il Bundestag tedesco ha adottato questa formula due volte negli ultimi anni (2005-09 e 2013-oggi), eleggendo in entrambi i casi il capo del partito di maggioranza relativa—Angela Merkel—cancelliere federale. Portata a livello europeo, questa logica si tradurrebbe in una coalizione PSE-PPE a supporto di chi tra Schulz e Juncker dovesse arrivare primo, quale che sia lo scarto tra i due.

Un presidente di Commissione così eletto non avrebbe certo il più forte dei mandati popolari, ma potrebbe comunque contare su un livello di legittimazione democratica senza precedenti, con tutto ciò che ne consegue in termini di capitale politico e autonomia rispetto agli stati membri. Ma soprattutto, eleggere uno dei candidati in lizza stabilirebbe senza dubbio alcuno il principio che è il Parlamento, e non il Consiglio, a decidere il nome del presidente, e che in definitiva sono gli elettori ad avere l’ultima parola su questa scelta. Ciò contribuirebbe non poco a spingere la Commissione verso un modello di esecutivo tradizionale, a innalzare il profilo politico delle elezioni europee e, in ultima analisi, ridurre il deficit democratico dell’Unione.

La necessità di uno sguardo lungo
Il requisito chiave per la realizzazione di una grande coalizione “alla tedesca” è che appena dopo le elezioni il perdente tra Schulz e Juncker faccia un passo indietro e inviti il suo partito ad appoggiare l’altro per la presidenza della Commissione. Questo è più facile a dirsi che a farsi, visto che il Consiglio probabilmente tenterà di approfittarsi delle divisioni nazionali esistenti all’interno dei vari gruppi parlamentari (un socialista francese, per esempio, potrebbe trovare un’ipotesi Lagarde più attraente dell’appoggio a Juncker) e che un’eventuale premio di consolazione per il secondo classificato, nella forma di un altro posto UE di rilievo, dovrebbe passare necessariamente attraverso il benestare degli stati membri—benestare nient’affatto scontato in un clima di scontro tra Consiglio e Parlamento.

Eppure sia da Schulz che da Juncker ci si aspetta che siano pronti a correre questi rischi. Se i due stessero competendo per la guida di un governo tradizionale, le loro mosse avrebbero un significato meramente politico. Ma in un sistema in evoluzione come quello dell’Unione Europea, le decisioni dei due candidati avranno conseguenze che vanno ben oltre la durata della prossima legislatura. Non è un’esagerazione dire che, in un certo senso, nelle prossime settimane si farà un pezzo importante di storia dell’integrazione europea. Sia Schulz che Juncker sostengono di essere per un’Europa più unita e democratica. Presto avranno la possibilità di dimostrarlo con i fatti. 

Una versione in inglese di questo articolo è apparsa su EUROPP blog.





 
 
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