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16 Apr

Le imprese familiari e la crisi: licenziano meno e ottengono piú credito

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L’economia italiana è caratterizzata da una massiccia presenza di imprese di dimensioni medio-piccole
, in cui la proprietà, e quasi sempre anche la gestione, risulta accentrata nelle mani di una singola famiglia. La stretta simbiosi tra le sorti familiari e quelle imprenditoriali che ne deriva tende ad allontanare le scelte strategiche delle imprese familiari dalla pura massimizzazione dei profitti, le rende maggiormente avverse al rischio, e meno propense a cedere la gestione aziendale a manager esterni. Questa evidenza è stata più volte additata dalle istituzioni nostrane (per esempio dalla Banca d’Italia) come una delle cause della bassa crescita del nostro paese.

D’altro canto, però, una struttura proprietaria concentrata e stabile nel tempo, e il coinvolgimento, anche emotivo, della proprietà nella gestione dell'attività operativa, conferisce all’impresa familiare un orizzonte temporale di investimento più lungo, meno soggetto a fluttuazioni economiche di breve periodo. Questo tende a favorire il consolidamento delle relazioni e la reciproca fiducia con i soggetti esterni alla proprietà, lavoratori e creditori in primis. 

La nostra analisi basata su dati della Banca d’Italia, su un campione rappresentativo di imprese industriali e dei servizi con almeno 20 addetti, dimostra in effetti che nel periodo 2007-2009,  a fronte di una riduzione complessiva della forza lavoro di circa il 2% per le imprese non familiari, la contrazione media dell’occupazione per le imprese familiari è stata pressoché nulla.  Inoltre, a seguito della crisi finanziaria, scatenata dal fallimento di Lehman Brothers nell’ottobre 2008, mentre le imprese non familiari hanno subìto una contrazione del credito erogato di circa il 9% su base annua, per le imprese familiari con simili caratteristiche, la contrazione è stata invece di circa il 4%. Queste differenze emergono nonostante le imprese familiari abbiano vissuto la pesante recessione del 2007-2009 al pari delle imprese non-familiari, con una riduzione media del fatturato nel biennio  di circa il 15%. Le imprese familiari e non familiari non hanno differito invece nelle strategie di investimento in capitale fisso e in capitale intangibile (ricerca e sviluppo).

D’altro canto, con il perdurare della recessione negli anni successivi, le differenze in termini occupazionali e di accesso al credito tra imprese familiari e non si sono annullate. In altre parole, quando la caduta del Pil ha cessato di essere un fenomeno congiunturale, per diventare invece un fatto strutturale, anche la peculiarità nell’assetto proprietario delle imprese ha cessato di essere una variabile rilevante.

Il fatto quindi che le scelte di investimento delle imprese familiari siano meno cicliche, può, in punta di teoria, effettivamente rallentare la crescita durante le fasi espansive dell’economia (anche se non ci sono analisi empiriche a supporto di questa evidenza), ma allo stesso tempo è garanzia di una maggiore stabilità dell’attività economica nei periodi di crisi.  Insomma, non sorprendentemente, la proprietà familiare dell’impresa comporta sia costi che benefici.

Leandro D’Aurizio, Tommaso Oliviero e Livio Romano

Bibliografia:
- D’Aurizio L., Oliviero T., Romano L. (2014) "Strategie e performance delle imprese familiari negli anni della crisi" (in corso di pubblicazione, Economia Italiana)
- D’Aurizio L., Oliviero T., Romano L. (2014) "Family firms, soft information and bank lending in a financial crisis" (CSEF working paper no.357)

 
 
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