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02 Apr

Veneto: la beffa dell’indipendenza

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Il referendum online di pochi giorni fa è sembrato a molti una provocazione. Questo voto, però, invita a riflettere sulla gestione della crisi da parte del governo centrale.

(Articolo apparso su Pagina 99) 

L'esito del referendum per l'indipendenza veneta, tenutosi tra il 16 e il 21 marzo, apre la strada a una serie di riflessioni su sovranità, assetto costituzionale dello Stato, e gestione della crisi economica da parte del governo centrale. I voti validi – leggiamo sul sito Plebiscito.eu – sono stati 2.360.235 sugli aventi diritto. Ben 2.102.969 veneti hanno votato a favore della separazione dall'Italia, 257.266 per il no. (I voti nulli sono stati 6.815). Il dato è eclatante, tanto da suscitar dubbi: davvero due milioni di veneti hanno affermato la  volontà di costituirsi in repubblica indipendente? Qual è il contenuto di questa indipendenza? E quali sono i presupposti politici, e soprattutto giuridici? 

Da un'indagine del politologo Ilvo Diamanti, possiamo affermare che i dati siano sì gonfiati, ma non incredibili. “La partecipazione – spiega Diamanti – è molto significativa. Quasi metà degli elettori veneti, infatti, sostiene di aver votato o di volerlo fare. E poco meno dell’80% di essi si dice favorevole all’indipendenza veneta”, indipendenza intesa per il 45% in senso pieno e in favore della quale risultano anche i non votanti. Quasi il 30%, cioè “meno di quanti riterrebbero più utile eleggere parlamentari migliori (dunque, capaci di esercitare maggiore pressione “su Roma”)” si è detto favorevole alla “piena indipendenza del Veneto”. I più moderati sono federalisti.

Il voto “plebiscitario” è sembrato a molti nuova provocazione delle lighe territoriali. Lo sguardo sornione di politica, stampa e media, tuttavia, pare non rispettare l'innegabile espressione di diffuso malessere sociale, cosicché il risultato si pone come termometro pubblico, laddove non assuma i connotati di vera istanza giuridica. Il quadro derivante, nel marasma di notizie politicamente pilotate e infelici boicottaggi ideologici, è torbido, e attingere ad analisi lucide del fenomeno è arduo.

Per le testate straniere (come Russia Today, The Telegraph, Daily Mail, BBC) la notizia non è affatto una boutade, e in patria lo scetticismo politico-culturale infastidisce osservatori più arguti. È il caso, per esempio, di Vittorio Feltri che dalle pagine de Il Giornale, in risposta al collega Brambilla de La Stampa che ha definito il referendum “carta straccia”, afferma di reputare sorprendente “il tentativo della stampa nazionale – dei media in generale – di minimizzare l’esito clamoroso della consultazione”. Secondo Feltri, Brambilla si sarebbe prestato “al gioco della vulgata conformistica, accreditando l’ipotesi che le aspirazioni indipendentistiche dei veneti non trovino riscontro nella realtà e siano semplicemente state enfatizzate a livello locale grazie a metodi truffaldini”. Invero, il peso sociopolitico del referendum non si comprende se non si guarda oltre i numeri. Rilevante è persino il linguaggio con cui il sentimento indipendentistico si comunica.

È primario rilevare che se la Padania è un'invenzione, un leitmotiv poco compattante, il Veneto no: la regione ha storia millenaria e confini geografici non discutibili, da sempre area d'Italia tra le più produttive, che più ha risentito della crisi. A confermarlo è l'elevatissimo numero di suicidi di imprenditori e lavoratori allo stremo. “L’indipendenza – scrive Diamanti su La Repubblica – costituisce per i veneti e il Veneto un modo per denunciare, in modo estremo, il disagio nei confronti dello Stato centrale. L’insoddisfazione contro la classe politica e di governo. Non solo nazionale, ma anche regionale”.

In vista delle elezioni europee e locali in centri decisivi della regione, il referendum è stato anche occasione politica di incontrare anzitempo l'elettorato. A reinventarsi indipendentisti sono gli stessi attori del sistema di governo locale e nazionale che in questi anni non si è fatto carico delle istanze territoriali: per gli imprenditori della “locomotiva d'Italia” non sono arrivati gli agognati sgravi fiscali, resta sogno una tutela seria del made in Italy, le banche hanno chiuso i rubinetti ed Equitalia bussa prepotente alla porta. Il popolo tradito – e ora strumentalizzato – corre a votare l'indipendenza: più che logica da Gattopardo, è la “beffa del leone”, simbolo della Serenissima che sventola – abusato – nelle manifestazioni nordiste.

Atti politici strategici non mancano, a partire dalla risoluzione n. 44 dell'ottobre 2012 con cui i presidenti di giunta e consiglio regionale si attivavano ”per avviare urgentemente con tutte le Istituzioni dell’Unione europea e delle Nazioni Unite le relazioni istituzionali che garantiscano l’indizione della consultazione referendaria al fine di accertare la volontà del Popolo Veneto in ordine alla propria autodeterminazione sino anche alla dichiarazione di indipendenza”. La storia veneta – sostengono – è storia di sovranità aderente al principio di autodeterminazione dei popoli riconosciuto da ONU, Conferenza internazionale di Algeri e Corte internazionale di Giustizia. Se in patria vigono “limiti” al separatismo posti della malfatta riforma del 2001 del Titolo V della Costituzione, prezzo dell'alleanza Lega-Forza Italia, le storie costituzionali dei paesi occidentali insegnano che le devolution sono percorsi altrettanto complessi, basti pensare a Scozia e Catalogna, per dirla con Feltri.

Per la Corte Costituzionale (sentenze n. 470/1992 e 496/2000) un eventuale referendum consultivo sull’autodeterminazione del popolo veneto è contrario all'art. 5 della Costituzione. Il principio internazionale di autodeterminazione esterna inoltre va sempre bilanciato con il principio di integrità territoriale e per tale ragione – dice la Corte Suprema canadese pronunciandosi sulle istanze secessioniste del Quebec –  non esiste un diritto alla separazione, ma eventuali maggiori spazi di autonomia, sul modello scozzese, vanno negoziati, in tempi ragionevoli e modalità costituzionalmente orientate, con il governo centrale. La maggior parte dei giuristi interpellati suggeriscono ai veneti di indirizzare le istanze separatiste verso il percorso concreto del regionalismo differenziato, dopo avere verificato la reale volontà dei locali a maggiore autonomia nell’ordinamento nazionale.

Oggi, “il cammino legale per l'indipendenza veneta” si arricchisce di fatti di cronaca preoccupanti, il ddl Delrio delinea uno Stivale senza province, il Titolo V attende irrimandabili riparazioni, e intanto alcuni comuni del “profondo nord” chiedono l'annessione al Trentino Aldo-Adige o al Friuli, attratti dalle agevolazioni delle regioni meno tassanti d'Italia. La ripresa economica risulta legata alla geografia istituzionale: “la distanza dei veneti dallo Stato nazionale – afferma Diamanti – è cresciuta e oggi si traduce in aperto distacco. […] La crisi, anzitutto, ha accentuato il risentimento verso lo Stato, riassunto, non solo simbolicamente, in Roma capitale. Le difficoltà economiche, infatti, hanno sollecitato maggiore sostegno e hanno reso più acuto il contrasto con il ceto politico e la burocrazia centrale”.

La volontà indipendentistica è risposta reazionaria alle mancanze del governo centrale, verso cui il nord-est non nutre fiducia, forse a ragione vista la diffusa cecità socio-politica nella presa d'atto di un risultato importante sì, ma nelle dinamiche. Infine le parole più ricorrenti del racconto: “nord”, “indipendenza”, “repubblica federale”, “popolo”, “autodeterminazione”, mescolate e impastate d'interessi dei più vari, e servite nel piatto come misero qui pro quo, in cui ad essere mortificato è il linguaggio della verità, fatto di capannoni chiusi, terreni incolti e famiglie in povertà, convinte solo dalla solitudine che “i troni non si riparano” (Balzac).

 
 
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