Profile

Layout

Menu Style

Cpanel
28 Mar

Privatizzazioni e crescita. Cosa c’è al di là del debito?

Scritto da
La prima fase di privatizzazione dovrebbe fruttare intorno agli 8-9 miliardi, a fronte dei 2.070 miliardi.

(articolo apparso su Pagina 99)

Lo scorso 24 gennaio
, il Consiglio dei Ministri ha approvato due schemi di DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri), che prevedono la cessione, da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), di altrettante quote di partecipazione detenute in Poste Italiane, che tutti noi già conosciamo, ed ENAV, la società responsabile della fornitura di servizi per la gestione e il controllo del traffico aereo sul territorio nazionale. Il decreto fissa un tetto del 40% alla quota alienabile in Poste IT e del 49% in ENAV.

Le due cessioni rientrano in un piano più ampio, che a detta dell’ex ministro dell’economia Saccomanni, dovrebbe portare, entro l’anno, alla dismissione di quote anche in ENI ed STM (azienda che produce componenti elettronici a semiconduttori). Nel piano rientrerebbero anche CDP Reti (la holding di Cassa Depositi e Prestiti a cui fa capo il 30% di Snam), SACE (gruppo assicurativo attivo nell’export credit), Fincantieri (complesso cantieristico navale tra i più grandi d’Europa) e Grandi Stazioni (cui fanno capo le 13 stazioni ferroviarie italiane più grandi).

Questo nuovo piano di privatizzazioni fornisce l’occasione per fare qualche riflessione su questo strumento di politica economica. Analizzeremo una per volta le tre dimensioni lungo le quali le privatizzazioni esercitano i loro effetti: debito pubblico, performance delle imprese privatizzate e sistema paese nel suo complesso.

In questo primo post, partiamo dall’obiettivo che il Governo si è dato e sulla base del quale ha giustificato il piano di dismissioni: la riduzione del debito. L’idea è che ci si possa servire degli introiti derivanti dalla vendita dei pacchetti azionari per ricomprare parte del debito pubblico, evitando in questo modo di dover pagare, per gli anni a venire, gli interessi sulla quota di debito riacquistata.

Nelle ultime settimane il MEF ha fatto circolare stime a dir poco ballerine relativamente agli incassi previsti dal piano. Dai 10-12 miliardi ventilati in un primo tempo, si è passati agli 8-9 cui Saccomanni ha fatto riferimento in un’audizione al Senato dell’11 febbraio scorso. In realtà, le discrepanze nelle stime riflettono probabilmente le variazioni nel gruppo di società di volta in volta considerate. Nella stessa audizione, Saccomanni ha puntualizzato che il ricavato delle privatizzazioni sarà dirottato sul Fondo di ammortamento dei titoli di Stato (e quindi alla riduzione del debito) solo nel caso di quote cedute direttamente dal MEF (è il caso di Poste, ENAV, ENI, e probabilmente STM). Nel caso di privatizzazioni indirette, cioè di quote cedute da società partecipate dal MEF, invece, gli incassi andrebbero a beneficio delle società azioniste dirette (CDP nel caso di CDP Reti, SACE e Fincantieri, Ferrovie dello Stato nel caso di Grandi Stazioni), le quali utilizzerebbero tali risorse per ridurre il proprio indebitamento e finanziare nuove iniziative di investimento.

Ma vediamo quali sono gli effetti previsti sul debito pubblico. La vendita delle quote detenute direttamente dal MEF dovrebbe fruttare, a questo punto nella migliore delle ipotesi, intorno agli 8-9 miliardi, così ripartiti: tra i 4 e i 4,8 miliardi per il 40% di Poste IT; intorno al miliardo per il 49% di ENAV; circa 2 miliardi per il 3% di ENI; 700 milioni per il 13,8% che il MEF detiene in STM. Nel caso di Poste IT ed ENAV si tratta di cifre fatte circolare dal MEF, mentre le stime relative a ENI e STM riflettono gli attuali corsi azionari delle due società quotate.

Una riduzione del debito anche pari a 8-9 miliardi, è inutile dirlo, è risibile rispetto ai 2070 miliardi di euro, che rappresentano lo stock del nostro debito pubblico (dato Bankitalia relativo a fine 2013). Ma facciamo due conti sui flussi. Se consideriamo un costo per il servizio del debito che oscilla tra il 3,5% e il 4%, la riduzione di debito prevista comporterebbe un risparmio sulla spesa per interessi che oscillerebbe tra i 280 e i 430 milioni l’anno (l’oscillazione è dovuta a scenari diversi relativamente agli introiti realizzabili dal piano e al valore dei rendimenti dei titoli di stato).      

Questa, però, è solo una delle due facce della medaglia. L’altra è costituita dalla perdita, per il bilancio dello Stato, dovuta alla rinuncia ai dividendi che le partecipazioni nelle società individuate come target delle dismissioni “assicurano” ogni anno al ministero. Prendiamo a riferimento l’ultimo anno disponibile, il 2012. Se si sommano i dividendi a cui il MEF rinuncerebbe (ovviamente ponderando per le quote che si prevede di cedere in ciascuna società) otteniamo 252 milioni di euro (e avremmo ottenuto 290 milioni se avessimo preso come riferimento il 2011), così ripartiti: 100 milioni dal 40% in Poste IT; 4 milioni dal 49% in ENAV; 110 milioni dal 3% in ENI; 38 milioni dalla quota in STM (cfr. dati di bilancio delle quattro società).   

Nella migliore delle ipotesi, i risparmi non raggiungerebbero quindi i 150 milioni. Qui, però, bisogna fare una precisazione. I dividendi risentono delle performance delle imprese che li distribuiscono, e sono perciò soggette al rischio connaturato alle attività di ciascuna di esse. In parole povere, non siamo certi che i flussi assicurati fino ad oggi possano essere confermati in futuro. Questo vale ovviamente anche per gli interessi sul nostro debito pubblico, soggetti a loro volta alle oscillazioni dei rendimenti dei titoli di stato sui mercati finanziari. In generale, però, sono più soggetti a fluttuare i primi che i secondi. Ne consegue che il confronto non sia difendibile fino in fondo, ma sia comunque utile a dare l’idea delle grandezze in gioco, che è quello che interessa.

Al di là di quest’ultima precisazione, ci sembra doveroso chiedersi se risparmi, che forsanche conseguiti, sarebbero comunque di entità modesta, bastino a giustificare il piano. Probabilmente questa è solo la prima fase di un a nuova ondata di privatizzazioni e l’incremento della posta in gioco potrebbe, a quel punto, far incrementare in maniera proporzionale gli effetti sul debito. Ma per ora, valutiamo ciò che è sul tavolo, in mancanza d’altro.

Da più fronti si fa notare che l’impegno dei governi italiani sul fronte delle privatizzazioni possa essere percepito come un segnale del cambio di rotta del nostro Paese in tema di conti pubblici, il che potrebbe avere un effetto calmierante sui rendimenti dei nostri titoli di stato. Questo potrebbe non essere del tutto falso. Ci sembra, tuttavia, che ad oggi il dibattito abbia trascurato il fatto che un piano di privatizzazioni sia qualcosa di abbastanza serio, che ha effetti anche e soprattutto sulle performance delle imprese privatizzate e sul sistema paese. Ma per questo, arrivederci alle prossime puntate.    

 
 
Sei qui: Home Blog Privatizzazioni e crescita. Cosa c’è al di là del debito?