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19 Mar

Un governo poco "open"

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L’idea che i governi debbano essere “aperti” non è certo nuova. L'italia pero' e' ancora il fanalino di coda dell'Europa.
Questo post e' stato pubblicato sul nostro blog su pagina99.

L’idea che i governi debbano essere “aperti” non è certo nuova. Già nel 350 a.C. Aristotele, nella sua Politica, sosteneva che i cittadini avevano diritto ad essere informati su come venivano usati i soldi pubblici. Anche la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, documento fondamentale della rivoluzione francese del 1789, riconosce un diritto universale a controllare l’impiego dei contributi versati dai cittadini al governo, e il dovere dei funzionari pubblici di rendere conto della loro amministrazione. In tempi più recenti, la trasparenza  e l’apertura alla partecipazione dei cittadini sono diventate regole basiche del buon governo riconosciute a livello internazionale. Sull’onda di questo consenso, un Barack Obama appena eletto aveva promesso nel gennaio del 2009 livelli di apertura “senza precedenti” nel suo governo. Pochi anni dopo, nel 2011, lo stesso Obama, insieme ai governi di sette altri paesi, ha lanciato laOpen Government Partnership (OGP), un’iniziativa globale per promuovere pratiche governative di trasparenza, partecipazione e accountability mirate a dare più informazione (e quindi più potere) ai cittadini sull’operato del governo, a ridurre la corruzione e a migliorare la qualità dei servizi pubblici. I paesi che partecipano devono preparare un piano di azione in consultazione con attori della società civile, definire impegni concreti da realizzare in tempi definiti, e sottomettersi a un processo di valutazione indipendente.

Ai primi otto paesi se ne sono poi aggiunti altri 55 da tutto il mondo, dalla Norvegia alla Mongolia, e dal Peru al Ghana. Il governo italiano, tramite l’allora ministro della Funzione Pubblica Brunetta, ha aderito all’iniziativa nel settembre del 2011, e ha presentato il suo piano di azione (Action Plan) nella riunione OGP di Brasilia, in aprile del 2012. Il piano italiano si basava su alcune iniziative già in corso, tra cui l’Agenda Digitale Italiana, lanciata pochi mesi prima dal governo Monti su stimolo dell’Unione Europea. Messo insieme in fretta e furia, includeva una serie di iniziative come l’istituzione di un Portale della Trasparenza che ospitasse tutti i dati sull’operato dell’amministrazione pubblica, interventi per la prevenzione e la lotta alla corruzione, un’espansione del portale di “Dati Aperti” del governo (www.dati.gov.it), la promozione di uno standard nazionale per i dati aperti in Italia, e l’introduzione di varie iniziative di e-government, oltre a varie misure per aumentare le opportunità di partecipazione dei cittadini nel processo di definizione di politiche pubbliche a livello nazionale e locale.

Due anni e tre governi dopo, a che punto siamo con la realizzazione del piano di azione? La domanda casca a pennello, già che la relazione sullo stato di avanzamento del piano italiano è appena stata pubblicata dall’Independent Reporting Mechanism dell’OGP, incaricato di verificare in maniera indipendente i progressi fatti da ogni paese che aderisce all’iniziativa.

Ma prima di analizzarne il contenuto, vale la pena dare un’occhiata a quanto è stato fatto l’anno scorso da alcuni esponenti della società civile italiana, organizzatisi sulla piattaforma online www.opengovernmentforum.it. In primo luogo, si sono lamentati del fatto che “il coinvolgimento della società civile italiana è stato effettuato sporadicamente e in modo poco convinto ed efficace rispetto a quanto previsto da Open Government Partnership.” Poi, per promuovere un dialogo più diretto con il governo sul piano di azione italiano, ne hanno fatto una valutazione preliminare poco più di un anno dopo la sua adozione. Innanzitutto, il rapporto valuta la forma come gli obiettivi del piano di azione italiano sono stati definiti, riscontrando che parecchi sono vaghi, difficilmente raggiungibili e non hanno un’indicazione chiara dell’orizzonte temporale per la loro messa in pratica. Ma soprattutto evidenzia il fatto che soltanto uno dei 18 obiettivi definiti (la creazione di un sistema informativo sullo stato di avanzamento di tutti gli interventi finanziati dei fondi strutturali europei e dal Fondo Sviluppo e Coesione Nazionale), è stato completamente raggiunto, mentre più della metà sono ancora lontani dall’essere realizzati, tra cui l’istituzione del Portale della Trasparenza e il lavoro sullo standard nazionale per i dati aperti.

E il rapporto “ufficiale” dell’OGP? Sostanzialmente conferma molti dei commenti e dei rilevamenti fatti dalla società civile, in particolare riguardo all’inadeguatezza dei meccanismi di consulta e partecipazione nella formulazione e attuazione del piano d’azione. Riconosce però l’importanza e il potenziale trasformativo di molte delle iniziative proposte dal governo italiano, che purtroppo però sono rimaste per la maggior parte inadempite. Se il numero degli obiettivi raggiunti cresce a tre, sulla base di leggi e regolamenti approvati dal governo che promuovono la lotta alla corruzione e la pubblicazione e ri-uso di dati pubblici, la maggioranza degli obiettivi rimane incompleta, mentre per cinque degli obiettivi previsti non si è ancora mosso nulla, come nel caso dell’istituzione di un concorso annuale per l’uso creativo dei dati pubblici, o del rafforzamento della partecipazione in progetti innovativi territoriali, obiettivo per altro formulato in modo molto generale e poco chiaro.

Per certi versi si può considerare normale che una nuova iniziativa internazionale come l’OGP ci metta del tempo a mettere radici e ad essere efficace nei vari paesi che vi aderiscono. E sicuramente l’Italia non è l’unico paese ad essere rimasto indietro nell’attuazione del suo piano d’azione. Ma basta sfogliare i vari rapporti pubblicati recentemente per trovare esempi molto più incoraggianti. Un esempio è il Canada. Ha completato 12 dei 20 obiettivi che si era proposto, e sta lavorando sugli altri otto. Tutti i ministeri hanno adottato una Open Government Licence per  la pubblicazione dei loro dati, e il governo si sta dotando di mezzi più moderni per garantire il diritto all’accesso all’informazione dei cittadini canadesi e per promuoverne la partecipazione nei processi di politica pubblica. Anche il governo indonesiano, che per i prossimi due anni guiderà l’OGP insieme a quello messicano, ha messo in atto una serie di iniziative più direttamente mirate a migliorare la gestione delle risorse pubbliche pubblicando dati dettagliati che permettano ai cittadini di monitorare la performance del governo.

D’altra parte, l’Italia non è nuova a risultati scoraggianti quando si parla di trasparenza e buon governo. L’Open Budget Index, che misura la trasparenza dei conti pubblici, colloca l’Italia all’ultimo posto in Europa (quattrogatti.info aveva gia’ trattato di questo tema in un post). Per l’indice di Transparency International sulla percezione della corruzione, l’Italia occupa il 69° posto insieme a Kuwait e Romania, e dietro a paesi come il Rwanda o la Repubblica Domenicana. Perché in Italia è così difficile far partire l’idea del governo aperto, e creare le condizioni necessarie per una vera modernizzazione dell’amministrazione pubblica che usi tecnologie all’avanguardia, ponendo il cittadino e i suoi diritti al centro dell’azione di governo? Ritardi cronici nell’investimento tecnologico, e uno scarso livello di penetrazione di internet sono fattori che sicuramente contano. Nel 2012, la percentuale di italiani che usavano internet era del 58%, contro l’83% dei francesi e il 72% degli spagnoli. Anche l’instabilità politica e i frequenti cambi di governo certamente non aiutano a garantire la volontà politica necessaria per introdurre le riforme necessarie. Certo è che, di questo passo, l’Italia resterà sempre più indietro, e farà sempre più fatica a recuperare terreno. La formulazione del secondo piano d’azione, e il possibile impulso che il nuovo governo potrebbe dare a questo processo, sono un’opportunità che il nostro paese farebbe bene a non perdere.
 
 
 
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