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14 Mar

La mappa delle disuguaglianze globali

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Una nuova banca dati che ha l’ambizione di coprire 5 dimensioni diverse di disuguaglianza economica per 25 paesi diversi a partiredall’inizio del ventesimo secolo.

(L'articolo e' apparso in precedenza sulla versione cartacea (13/03) e sul blog di Pagina 99).

Il tema delle disuguaglianze economiche e sociali e’ oggigiorno di grande rilevanza per la discussione pubblica, politica ed accademica. La crisi economica ha messo maggiornemente in risalto le disparita ‘ di condizioni di vita esistenti all’interno di una nazione o di una regione fino ad accentuarle in alcuni casi. In Italia, il continuo aumento della disoccupazione e le iniquita’ intrinseche del mercato del lavoro che protegge pochi e bistratta soprattutto i piu’ giovani e precari, ha reso queste disparita’ economiche ancora piu’ evidenti e sotto gli occhi di tutti. Le implicazioni politiche sono anch’esse evidenti. Certo, il problema della disoccupazione galoppante e’ in primis un problema di crescita economica, ma la politica non potra’ chiudere gli occhi sull’inclusivita’ della crescita stessa.  Molti e non pochi dovranno coglierne i frutti per considerare una manovra di crescita come soddisfacente dal punto di vista politico e sociale. A dar autorevolezza a queste tesi anche il discorso ufficiale del Direttore del Fondo Monetario Internazione, Christine Lagarde, che ha sottolineato, durante il suo discorso annuale a Tokyo nell’ Ottobre 2012, come «affrontare le disuguaglianze crescenti e generare una crescita economica socialmente inclusiva» fossero delle pietre miliari del futuro dell’economia globale.

Ma cosa intendiamo per disuguaglianza ?  E qual e’ l’oggetto della disuguglianza in questione ?

Queste questioni sono tutt’altro che irrilevanti e sottendono importanti implicazioni pratiche.  Amartya Sen, premio Nobel per l’economia ed uno dei punti di riferimento mondiali sullo studio delle diseguaglianze, ci ha insegnato che ogni teoria dell’organizzazione sociale che si rispetti ha a cuore l’uguaglianza di «qualcosa» ed in qualche dimensione specifica. Se la filosofia della giustizia di Ronald Dworkin e John Rawls richiede rispettivamente l’eguaglianza delle «risorse» per l’uno e dei «beni primari» per l’altro,  quella di Robert Nozick faceva esplicito riferimento alla necessita’ di uguaglianza dei diritti libertari, mentre James Buchanan considerava «l’uguale trattamente giuridico e politico» come il fondamento di una societa’ giusta. E’ bene notare, tuttavia, che le implicazioni politiche e pratiche di questi approci teorici sono sostanzialmente differenti ed il mero perseguimento di un simile bisogno di uguaglianza non dovrebbe trarre in inganno.

Tralasciando la domanda di natura intrinsecamente filosofica del perche’ ricercare «uguaglianza» possiamo pero’ focalizzarci sull’interrogativo, altrettanto essenziale, su  «disuguaglianza di cosa»?

Persone diverse hanno a cuore o in mente diverse dimensioni della disuguaglianza ma spesso queste dimensioni sono confuse. La disuguaglianza dei salari e’ cosa ben diversa, anche se intrinsecamente collegata, dalla disuguaglianza della ricchezza. E’ con l’obiettivo di chiarire i vari aspetti  legati alle varie dimensioni della disuguaglianza economica che nasce il mio lavoro, in collaborazione con Anthony Atkinson dell’Universita’ di Oxford, il Chartbook of Economic Inequality. Questa nuova banca dati, disponibile all’indirizzo www.chartbookofeconomicinequality.com, ha l’ambizione di coprire 5 dimensioni diverse di disuguaglianza economica per 25 paesi diversi a partiredall’inizio del ventesimo secolo: la dimensione del la disuguaglianza « generale » del reddito familiare totale al netto delle tasse ed imposte, la dimensione della concentrazione dei salari dei lavoratori, quella della concentrazione della ricchezza (finanziaria e reale) nazionale al netto dei debiti ed infine la prospettiva analitica sul segmento relativamente piu’ povero e quello  relativamente piu’ ricco di una popolazione.  

La raccolta dei dati si basa su una numerosa serie di lavori accademici di numerosi studiosi di disuguaglianza e di istituzioni autorevoli, inclusi istituti di statistica nazionali.  L’obiettivo e’ quello di rappresentare nel modo piu’ coerente possibile l’evoluzione di queste diverse misure di disuguaglianza nel tempo e non  di confrontare queste variabili fra nazioni. Per ognuna di queste 25 Nazioni rappresentate nel Chartbook esiste un unico grafico ed una descrizione dettagliata della costruzione delle serie storiche e delle sue fonti. 

L’esempio per l’Italia mette alla luce diversi risultati interessanti. Se guardassimo unicamente alla classica misura di disuguaglianza di reddito, il cosiddetto coefficiente di Gini, dovremmo concludere che la disuguaglianza economica in Italia sia rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi anni, nonostante un lieve aumento dal 2008 al 2010, durante l’acuirsi della crisi economica.  Tuttavia, il tasso di poverta’ relativa in Italia (misurata come la percentuale di individui che vivono in famiglie con un reddito disponibile minore del 60% del reddito mediano) e’ aumentato di ben  8 punti percentuali, dal 15% dei primi anni 80 al 23% del 2012. Anche la dispersione dei salari dei lavoratori e’ aumentata sin dai primi anni 80 fino allo scoppio della recente crisi mondiale nel 2007, a favore dei  lavoratori con salari piu’ alti. Il rapporto fra i salari relativamente piu’ ricchi (novantesimo percentile) ed il salario mediano (cinquantesimo percentile) e’ aumentato da circa 140% nei primi anni 80 a circa 170% nel 2006. Cio’ significa che il 10 per cento dei lavoratori con salario piu’ alto riceve circa il 70 per cento di salario in piu’ rispetto al lavoratore mediano. Il vantaggio relativo degli individui piu’ ricchi nell’economia italiana appare evidente anche utilizzando altre due misure di disuguaglianza: la quota di reddito nazionale e di ricchezza nazionale detenuta dall’1 percento piu’ “ricco” della popolazione. I circa 600.000 individui piu’ ricchi d’Italia concentravano nelle proprie mani circa il 10% del reddito nazionale negli ultimi anni e la stessa quota era circa 6% nei primi anni 80. La ricchezza, e’ notoriamente piu’ concentrata del reddito e anche in questo caso la disuguaglianza e’ aumentata negli anni. L’1 percento piu’ ricco detiene oggi il 16 per cento della ricchezza nazionale, quota che nei primi anni 90 era del 10 per cento.

 
 
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