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27 Gen

Patrimonio culturale: le ricadute di una sfida mal colta in Italia

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L’Italia è la Nazione al mondo con il maggior numero di siti riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità, ben 49 (oltre il 5% del totale mondiale!). Questa ricchezza artistica, architettonica e archeologica, ma anche naturalistica, risulta essere distribuita nel nostro Paese in modo diffuso sul territorio e dovunque con un’alta densità.

Coerentemente con l’articolo 9 della nostra Costituzione (“la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”) il riconoscimento di questo patrimonio è di primaria importanza, poiché che “il valore estetico-culturale è capace di influire profondamente sull’ordine economico e sociale”, come già affermato dalla Corte Costituzionale nell’85.

Dal patrimonio culturale alla biodiversità culturale
Nella conferenza di Montreal del 2010 l’UNESCO e la CBD (Convention on Biological Diversity) hanno infatti riconosciuto l’importanza del concetto di Diversita’ Bio-culturale: le società umane hanno influenzato   il paesaggio circostante sono state a loro volta conformate da esso.

Alla radice di questo concetto vi e’ la convinzione che  la biodiversità, lo sviluppo sostenibile e la promozione della cultura al fine della realizzazione del benessere umano sono tra loro strettamente legati. Da qui la coniazione di termini come Diversita’ Culturale, considerata “una delle radici dello sviluppo, inteso non semplicemente in termini di crescita economica, ma anche come raggiungimento di un’esistenza più soddisfacente da un punto di vista intellettuale, emozionale e spirituale”, e quella di Paesaggio Culturale ad indicare la costante interconnessione fra i popoli e l’ambiente che li circonda. 

Parlare di questi concetti in Italia dovrebbe essere ovvio. Infatti, la storia italiana, fatta di infinite stratificazioni, evidenzia in modo diffuso l’interconnessione tra paesaggio plasmato dall’uomo e paesaggio naturale.  

Cio’ implica innanzitutto che la conservazione e la tutela da sole non possono piu’ bastare. Serve anche valorizzazione. Perché il patrimonio mantenga tutto il suo valore culturale in senso lato, lo Stato deve impegnarsi a diffonderne la conoscenza e la consapevolezza.  Solo in questo modo si puo’ assicurare una maggiore fruizione pubblica del patrimonio che crei sviluppo e cultura generalizzati. 

In Italia, la diversità bioculturale tuttavia non è sufficientemente tutelata dalla normativa e la presenza dello Stato, degli Enti territoriali e dei privati impegnati non e’ omogena, condizionando ulteriormente le possibilità di intervento nella gestione e tutela. Ad esempio, si occupa di questo aspetto la Legge Galasso (nr. 431/85) integrata nel D.Lgs. 42/4004 in materia di Codice dei beni culturali e del paesaggio: viene però imposto soltanto un vincolo, facilmente aggirabile. Il risultato è che, se nelle aree sottoposte a vincolo prima della legge si aveva una media di 22 edifici nuovi costruiti per chilometro quadrato (kmq), attualmente la quota è di 29. I cittadini stessi, secondo alcuni dati rilevati da un’indagine Doxa, sono consapevoli di vivere in zone di alto pregio culturale o ambientale, ma quasi sempre sono convinti che questi non siano sufficientemente tutelati, né valorizzati.

Maggiore tutela e valorizzazione del patrimonio con maggiori investimenti. 
Su questo punto la parola d’ordine non può che essere investimento, sia pubblico sia privato. Negli ultimi anni, la composizione del finanziamento pubblico in tutela e conservazione del patrimonio è andata nella direzione di una contrazione generalizzata: l’Italia spende solo lo 0,4% del suo PIL, pari a 7,2 mld di spesa pubblica, rimanendo indietro rispetto alla Spagna (0,6%) e alla Francia (0,8%). Dati sugli investimenti dei privati sono meno attendibili ma la tendenza delle imprese collegate al settore sembra essere quella di semplificare e di garantirsi risultati a breve termine. Gli investimenti dei privati risultano essere limitati e ci sarebbe spazio per un contributo importante, se basato su criteri di sussidio e sostenibilità.

Tutelare e valorizzare potrebbe ristimolare i flussi turistici 
Se la tutela del patrimonio stenta a farsi strada in Italia, stessa sorte spetta alla valorizzazione della biodiversità culturale, per sua natura più complessa, senza escludere processi di sviluppo del territorio che, ad esempio, potrebbero attirare flussi turistici.

L’esempio del mercato turistico è naturalmente solo uno degli esempi possibili, ma è senz’altro quello di più immediata comprensione. Alcuni dati sulla comparazione dei flussi turistici fra Italia e altri paesi del mondo dimostrano che il nostro paese, riconosciuto come grande contenitore di valore artistico e culturale a livello mondiale, non riesce tuttavia a produrre risultati economici soddisfacenti. Secondo gli studi presentati alla conferenza sul tema tenuta da Banca d’Italia nel 2012 i flussi turistici Italiani nel decennio 2000-2010 si sono ridotti dal 9 al 4% (incidenza del turismo internazionale in Italia), quelli degli USA sono rimasti al 9%, e persino paesi colpiti dalla crisi come la Spagna dimostrano risultati migliori. Tra il 2000-2010 la quota di mercato dell’Italia sugli introiti turistici mondiali è scesa dal 5,8 al 4%, con una riduzione di quasi il 30 per cento.

Questioni politiche e sociali che coinvolgono il sistema Paese sono probabilmente alla radice di questa mancata messa a valore, tanto che le aree a maggiore specializzazione turistica, ma con maggiori problemi, cioè quelle del Sud, subiscono gli arretramenti più ampi.

Ma si deve andare oltre: consapevolezza e cittadinanza attiva 
La tutela e gli investimenti non bastano, però. Bisogna creare un’esigenza personale e sociale. La creazione di questa esigenza è, ad esempio, fra gli strumenti individuati alla conferenza di Montreal: perché il Paesaggio Culturale  sia tutelato e valorizzato le autorità hanno l’obbligo di stimolare ed incentivare la consapevolezza dei cittadini e la loro azione e partecipazione diretta.  

I cittadini dovranno essere propulsori di questo stimolo e recettori finali, fruitori e trasmettitori contribuendo all’amministrazione partecipata del patrimonio.  Ecco il senso dell’interazione effettiva fra patrimonio, paesaggio e biodiversità. Interazione che incontra intimamente i diritti fondamentali dell’uomo sanciti dalla Universal Delcaration of Human Rights, all’articolo 27: “Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici”.

Si prenda il caso della ricostruzione del centro storico de L’Aquila dopo il terremoto del 2009: la rimessa in sesto degli edifici storici della città non è solo un’opera di ricostruzione architettonica, ma ha un profondo valore sociale ed umano. Ricostruire l’Aquila ed i paesini del Cratere Aquilano significa ricreare una comunità umana attiva e dinamica.

Valorizzazione della biodiversita’ culturale come motore di rilancio
Ecco perché la questione del patrimonio culturale come bene comune e della sua gestione si trova al centro di un rivoluzione civile: l’investimento in cultura genera fruitori attivi e non passivi e dunque sviluppo. Da ciò dipende il senso di comunità, della coscienza singola e collettiva e di quella nazionale.

Una comunità coesa, benestante e attiva, integrata con il proprio territorio e il proprio paesaggio corrisponde ad una dinamica economica più vincente: le persone saranno in grado di fare scelte consapevoli, di raggiungere standard lavorativi superiori e dunque più produttivi.

I risultati di una migliore conservazione, valorizzazione e fruibilità del patrimonio e della biodiversità culturale potrebbero essere sorprendenti, costituendo il vero motore di una generale ripresa, economica e civile.

Il post e' apparso sul nostro nuovo blog ospitato da Pagina 99.


 
 
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